Un Paese fermo
L'Italia resta ferma mentre l'AI cambia il modo in cui lavoriamo.
Disponibile anche in inglese.
Questa settimana OpenAI ha presentato GPT-6 Astra: un modello capace di usare un computer in autonomia, passare dal browser al terminale e ai programmi professionali e portare a termine progetti complessi dall’inizio alla fine. Può, per esempio, sviluppare e collaudare un’applicazione funzionante oppure aprire Blender e costruire una scena 3D, mantenendo il filo del lavoro quasi senza supervisione. A giugno Anthropic aveva pubblicato Claude Fable 5, tanto potente da essere lanciato con misure di sicurezza che dirottano le richieste più rischiose verso un modello meno capace. La tecnologia oggi è arrivata a questo punto.
L’uscita di Astra mi ha spinto a mettere per iscritto un pensiero che mi accompagna da mesi: la distanza tra questi progressi e la vita quotidiana in Italia, un Paese che resta fermo mentre questa tecnologia cambia il lavoro in tutto il mondo.
Il mio punto di vista
Non sono il CEO di una startup pronto a promettere che entro Natale gli agenti sostituiranno tutto il tuo team. Uso questi strumenti ogni giorno: ho costruito attorno a loro il mio modo di programmare e ne faccio girare uno a casa per occuparsi delle incombenze quotidiane più noiose. Conosco bene anche i loro limiti, perché ci sbatto contro ogni giorno. E non credo a scenari alla Terminator o Matrix, con i robot pronti a sostituirci tutti.
Questo uso quotidiano mi permette di vedere con chiarezza due cose: quanto modelli come Astra stiano già cambiando il lavoro intellettuale e quanto poco se ne renda conto il resto del Paese. Quest’anno quel divario ha smesso di sembrarmi astratto.
La scuola guarda al passato
Una persona che mi è vicina ha iniziato a insegnare in una scuola media italiana, così ora sento raccontare ogni giorno cosa succede nelle classi. Nella stessa settimana in cui è uscito Astra, lei e i suoi colleghi erano alle prese con le nuove Indicazioni nazionali, in vigore dal 1° settembre: latino facoltativo, poesie imparate a memoria, scrittura in corsivo e la Bibbia tra le letture consigliate. All’AI è riservato un paragrafo, con l’invito a integrarla «con prudenza».
Ho studiato latino al liceo scientifico e non dubito che sia un buon allenamento mentale. Ma se vogliamo insegnare ai ragazzi a ragionare, logica, statistica e filosofia offrono lo stesso allenamento e li preparano anche al mondo in cui vivranno. Un ministero che davanti a questo decennio risponde con le declinazioni latine ha già scelto in quale secolo vivere.
Non me la prendo con gli insegnanti. Seguire l’evoluzione dell’AI richiede quasi un lavoro a tempo pieno e loro hanno già delle classi da mandare avanti. Chi scrive le regole, invece, questa scusa non ce l’ha.
Per Bruxelles è un motore di ricerca
Lo stesso vale per Bruxelles. Il 1° settembre la Commissione europea ha classificato ChatGPT come Very Large Online Search Engine ai sensi del Digital Services Act, la stessa categoria in cui rientra Google Search. Basta confrontare questa definizione con ciò che Astra ha mostrato due giorni dopo: un modello capace di usare programmi professionali e portare a termine interi progetti, fino a costruire una scena 3D in Blender, ma regolato come se restituisse una lista di link. Se chi fa le regole fraintende la tecnologia fino a questo punto, le norme non riusciranno a cogliere né ciò che questi sistemi possono fare né i rischi che comportano.
We have designated ChatGPT as a Very Large Online Search Engine and Reddit and Roblox as Very Large Online Platforms under the Digital Services Act.
— European Commission (@EU_Commission) August 31, 2026
They now have four months to comply with additional DSA obligations.
More: https://t.co/gIR8vTolmB#DSA pic.twitter.com/luusxUd3i4
In prima serata vanno in scena le papere
Se le istituzioni fraintendono l’AI, al grande pubblico ne arriva una caricatura. Lo scorso febbraio, sulla TV nazionale, Sanremo ha proposto il suo primo «esperimento con l’AI»: uno sketch sponsorizzato che durante Papaveri e papere trasformava in papere Carlo Conti e il pubblico dell’Ariston. Il risultato sembrava realizzato con gli strumenti amatoriali di tre anni fa e il pubblico ha reagito come ci si poteva aspettare: «Guarda che schifo questa roba fatta con l’AI».
Nel frattempo la tecnologia è andata molto oltre. Oggi puoi guardare un video generato dall’AI senza riuscire a distinguerlo da una ripresa vera. Milioni di persone si sono fatte un’idea dell’AI generativa guardando delle papere deformi, mentre i modelli arrivavano a produrre contenuti indistinguibili da quelli reali. Chi sottovaluta così tanto questa tecnologia non sa sfruttarla e non sa nemmeno proteggersi dai suoi abusi.
Il conto si paga in produttività
Tutto questo arriva in un’economia che era già in difficoltà. Tra il 1990 e il 2024 i salari reali in Italia sono scesi dell’1,6%, mentre la media OCSE è cresciuta del 35% e i salari statunitensi del 50%. Basta poi guardare lo stato delle piccole imprese. In certi uffici Excel passa per tecnologia avanzata e, se ti vedono lavorare con un agente, sembri un alieno.
Il divario nasce da lontano. Gli Stati Uniti hanno staccato l’Europa durante la rivoluzione informatica: dal 1995 la produttività per ora lavorata è cresciuta quasi del 90% negli Stati Uniti, contro il 30% nell’area euro. L’AI rischia di allargare lo stesso divario: nel 2026 la usa sul lavoro il 43% dei lavoratori statunitensi, contro il 32% di quelli europei, e l’Italia è tra gli ultimi Paesi esaminati. Quando una tecnologia moltiplica la produttività di chi la adotta, restare fermi diventa un problema.
Nel frattempo, in Cina
Tra il 2021 e il 2025 le università cinesi hanno eliminato 12.200 corsi di laurea considerati obsoleti e ne hanno istituiti 10.200, intervenendo su circa un terzo dell’offerta universitaria del Paese. Nove atenei hanno introdotto corsi di laurea in intelligenza incarnata, o embodied intelligence. Non considero la Cina un modello da seguire in generale. Su questo punto, però, il confronto fa male: un Paese ridisegna l’istruzione attorno alla transizione tecnologica, l’altro discute di poesie da imparare a memoria.
Cosa vorrei
Non ho un grande piano e diffido di chi dice di averne uno. Vorrei che si partisse dalle basi: scuole che insegnino ai ragazzi come funzionano questi strumenti e dove possono sbagliare, istituzioni che li regolino in base a ciò che sanno fare anziché a ciò a cui somigliano, aiuti alle piccole imprese per aggiornare strumenti e metodi di lavoro. Servono informazioni serie al posto degli sketch con le papere, perché tutti possano valutare modelli come Astra e Fable per quello che sanno fare oggi.
Se restiamo fermi, questo divario segnerà i prossimi vent’anni come i salari stagnanti hanno segnato gli ultimi venticinque.